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Comune di Canda

Provincia di Rovigo - Regione del Veneto


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Villa Nani Mocenigo - Rilevanze architettoniche e ambientali.

La villa Nani Mocenigo è una delle ville rinascimentali che abbelliscono il Polesine e che canda annovera come la più magnificente tra le varie dimore lasciate dai signori veneziani del XVI secolo.
La data d'inizio della costruzione è incerta, ma documenti accreditati la collocano intorno al 1580.
L'autore è probabilmente lo Scamozzi, architetto e allievo del Palladio, ma c'è anche chi lo attribuisce al longhena. Secondo alcuni esperti le linee scamozziane sarebbero visibili sulla facciata Nord e sui fianchi, mentre la scenografiafacciata, antistante al Canalbianco, con elementi e cornici barocche, sarebbe attribuita ad un ignoto ma valido architetto del 1700. Veloci sono stati il progetto e la realizzazione, commissionati dai signori veneziani Nani che secondo l'uso del tempo decisero appunto la costruzione di una dimora estiva in Polesine, prospiciente una via d'acqua: il Canalbianco. Come precedentemente detto, il Polesine, a quel tempo era parzialmente bonificato, le terre offrivano abbondanti prodotti la cui vendita era curata dai padroni che organizzavano, a questo scopo, anche "le fiere".
A:  LA CASA PADRONALE
B:  II PARCO
C:  LA CAPPELLA GENTILIZIA
D:  LA CINTA MURARIA
E:   LE COSTRUZIONI DI SERVIZIO
A - LA CASA PADRONALE
L'edificio è orientato a Sud. E' diviso in due corpi (rif. 1) costruiti in epoche diverse e da diversi architetti. La parte più antica è quella a nord. Edificata secondo un progetto (1580-1584) di ispirazione palladiana, al quale è stato aggiunto il secondo corpo con apertura a sud, verso il Canalbianco. Tale apertura verso la via d'acqua non è più funzionale come collegamento poiché gli argini del canale sono stati rialzati (1700). L'insieme del corpo è sobrio e compatto nello stile di realizzazione. E' caratterizzato da aperture ser-liane e da una testa d'Ercole sulla chiave d'arco (rif. 2). Cornici e modanature sono state aggiunte dopo la costruzione della seconda parte della villa (facciata sud), per cercare di omogeneizzare il più possibile le due parti che, per altro, rimangono ben distinguibili (rif. 3) perché espressione architettonica di epoche diverse.
FACCIATA  A SUD
La facciata rivolta a sud presenta un ordine di quattro colonne con capitelli di stile composito. I due stemmi presenti richiamano i decori dei palazzi urbani del tempo e sono posti come simbolo ostentativo della casata. La scala di accesso al pronao è composta da due gradinate simmetriche separate da un'apertura ad arco abbassato che immette al piano inferiore. E' visibile un abbaino, aggiunto nel "700, nel quale compaiono tre finestrelle quadrate ai di sopra delle quali sono stati posti sei vasi, probabilmente come prolungamento ideale delle colonne, e che comunque tolgono quell'effetto di slancio che si era voluto dare con l'aggiunta dell'abbaino stesso.
Le finestre del piano nobile presentano un frontone triangolare di gusto barocco e cornici di gusto michelangiolesco, che s'inseriscono in un gioco di linee spezzate. Come già accennato, il corpo   a   sud   e   stato costruito    per    ovviare all'innalzamento     degli argini e collegare l'entrata al  piano  nobile.  La gradinata è imponente e l'edificio, così scenografico, sembra essere in sua funzione.
INTERNO DELL'EDIFICIO
piano inferiore
L'accesso all'edificio avviene dal lato nord. L'interno è stato distrutto da un incendio avvenuto nella notte dal 17 al 18 gennaio 1946 per cui è possibile apprezzarne ora solo la struttura architettonica ed alcuni degli affreschi, recuperati in minima parte dopo l'incendio. Sono andati distrutti il mobilio, l'arredamento e i solai. Appena entrati si nota una sala centrale sulla quale insistono quattro stanze laterali e due vani: a est per l'uscita sul parco e, a ovest, l'apertura sullo sviluppo della pregevole scala ellittica. La sala insiste sul secondo corpo del palazzo che sbocca sulla facciata meridionale.
scala ellittica
Corrisponde all'esterno con una torretta. La parti-colarità sta proprio nella forma, che la distingue e la rende più interessante rispetto alle scale a chiocciola del tempo. Le pareti sono completamente affrescate, in modo gradevole, con un finto parapetto, finti basamenti con finte statue e finte colonne tortili. Le decorazioni del vano scala sono state restaurate da Giuseppe Pedrocco dopo l'incendio. La completa teoria di questi affreschi non è stata completamente decifrata e le notizie in possesso saranno esposte nelle parti seguenti.
piano superiore
II piano nobile si sviluppa, per la parte nord, come il piano sottostante. Sono presenti poche tracce di affreschi. Per la parte a sud, invece, la porta murata e le finestre danno sullo scalone esterno. Ad est e ovest vi sono due sale dove sono stati recuperati i cicli pittorici, da alcuni attribuiti al quadraturista Girolamo Mengozzi Colonna. Dalla lettura però, del secondo volume di "Vita de' Pittori e Scultori Ferraresi", di Girolamo Baruf-faldi si viene a conoscenza che, nella seconda metà del '600, alcuni pittori di scuola ferrarese, hanno affrescato nella villa "Nani" di Canda. In tale testo si legge appunto che intorno al 1650 tale Gabriello Rossi, "buon frescante, nella quadratura specialmente molto elegante", lavorò nel "Palagio della Canda". Il Rossi, secondo una nota riportata a pie di pagina, "era valente nelle finte architetture, prospettive, fregi, ed altre delizie dell'arte". Successivamente, verso la fine del '600, venne chiamato ad affrescare "pure alla Canda in casa Nanni" Francesco Ferrari, discepolo del Rossi, che era nato nel Castello della Fratta nel Polesine di Rovigo il 25 gennaio 1634. Più tardi anche il figlio del Ferrari, Antonio Felice, "che fu quello che continuò, mantenne ed amplificò ancora il buon gusto del padre di tal maniera che seco prendevalo dove a grandi opere fossesi accinto" abile nel ridurre il finto ad una grande emulazione col vero, venne chiamato dai Nani ad adornare il proprio "palagio".
I dati forniti dal Baruffaldi consentono, se non altro, di rendere meno povere di certezze le decorazioni dei saloni, del piano terra, del piano nobile e del vano scala.
Un altro gruppo di affreschi bel conservati e leggibili sono quelli della sala a sud ovest adiacente al salone.
Dentro finte architetture barocche, che sovrastano e si integrano con lo spazio della sala, l'ignoto pittore, forse Girolamo Mengozzi Colonna, ha collocato quattro grandi cornici dorate che, a loro volta inquadrano l'immagine delle allegorie delle virtù.
Come l'estremo omaggio ad una grandezza passata, nella seconda metà del 700, le virtù dipinte volevano celebrare ancora una volta la repubblica veneta.
La prima allegoria, a partire da destra dopo la porta, è ancora di indubbia lettura iconografica, ma i più concordano nel riconoscerla come l'allegoria della Libertà e della Vigilanza. E' rappresentata dalla donna riccamente vestita che tiene tra le mani ciò che resta di due campanellini con i quali richiama all'ordine la Libertà. Quest'ultima è raffigurata dalla donna vestita di chiaro con le ali e con le redini in mano. Procedendo verso destra si incontrano le allegorie della Prudenza e del Governo della Repubblica. La prima, seduta su un altro scran-no, è una donna riccamente abbigliata raffigurata nell'atto di specchiarsi. Solo chi guarda se stesso si conosce, ed è capace di decidere delle proprie azioni. Sul suo braccio sinistro si arrotola una serpe che in realtà sarebbe una remora, il pesce che secondo quanto racconta Plinio, attaccandosi alla chiglia di una nave, l'avrebbe fermata.
Seduta accanto alla Prudenza è l'allegoria del Buon governo della Repubblica. Una donna simile a Minerva che tiene con la mano destra un ramo di ulivo e con la sinistra uno scudo e un dardo, ad indicare la capacità di dosare l'uso della guerra e della pace.
Nella cornice successiva è raffigurata la Fortezza accanto alla ragion di stato. La prima è una donna vestita con la pelle di un leone. Nella mano destra tiene un'asta simbolo della regalità che chi assume fortezza acquista e un rametto di rovere, tra tutte le piante, quella più resistente. Con la mano sinistra stringe uno scudo, sul quale è raffigurata la battaglia tra un cinghiale ed un leone, simboli a loro volta della forza fisica senza "ratio" e della forza guidata dalla ragione. La donna al fianco della Fortezza rappresenta la Ragion di Stato. Sotto l'armatura, indossa una veste azzurra tutta ricamata di occhi e di orecchie, a significare la gelosia che essa teneva del proprio dominio, e la necessità di tenere sempre occhi e orecchie aperti per poter meglio guidare i propri disegni. La bacchetta che tiene tra le mani è lo strumento di chi ha la guida ed il dominio. Il leone che le sta accanto rappresenta la volontà di essere superiore a tutti gli altri. Sotto i suoi piedi c'è il libro del diritto civile "ius" su cui la Ragion di Stato fonda il suo operare ma che a volte pospone per garantire la pubblica utilità e conservare il governo.
L'ultima delle allegorie è la Giustizia ed il Buon Consiglio. Seduta su un alto scranne, la Giustizia è vestita d'oro e incoronata, tiene tra le mani gli strumenti che la qualificano: la bilancia e la spada e guarda verso il Buon Consiglio, rappresentato da un anziano signore con l'abito lungo e col color porpora dei senatori. Tale colore gli conviene perché è simbolo della carità, per la quale il saggio dovrebbe muoversi con ardente zelo. Al collo porta una grossa collana d'oro con un pendente a forma di cuore che è il simbolo del Buon Consiglio che, come tale, deve provenire sempre da un cuore limpido e scevro da interessi personali. Il libro che l'anziano signore tiene con la mano sinistra indica la sapienza indispensabile ad un consiglio perfetto.
Statue a monocromo sovrastate da ricchi vasi di fiori, busti in monocromo bianco, finte finestre e coppie di puttini arricchiscono la decorazione della sala.
B - IL PARCO
La mappa del parco risale al 1775. Nonostante la necessità di manutenzione esprime una certa maestosità dovuta alle piante secolari ancora presenti. Si intravvede ancora l'impostazione di parco all'inglese. E' presente, a est, ben conservata, una camera frigorifera usata al tempo per la conservazione del ghiaccio invernale e del cibo più deteriorabile. Nella parte a nord ovest sono visibili i resti della serra. Numerose statue a soggetto mitologico, scolpite su pietra dei Berici, sono di pregevole fattura settecentesca e attribuite sia alla bottega degli Albanese di Vicenza, sia al veneziano Alvise Tagliapietra. Molte purtroppo, sono mutilate.
C - CAPPELLA GENTILIZIA
II piccolo edificio, a pianta ottagonale, è situato nell'angolo nord ovest del parco. Lo stile fa supporre una costruzione del '500. All'interno si trova un altare in marmo policromo, sul quale si ergeva una pala con Madonna del '700, della quale ora si può apprezzare solamente una riproduzione fotografica. Degno di nota il bugnato della facciata. Nell'adiacente parte di cinta muraria sono presenti due pilastri da cancello, chiusi da un muro con grata di terracotta. La loro funzione non è chiara: precedente apertura o decoro alla cappella?
D - CINTA MURARIA
II complesso della villa col parco "è riparato da un muro di recinzione ben alto quasi a voler difendere un tesoro, di ritagliare un'area buona rispetto all'esterno" (A. Lucchiari Palladio e Palladianesi-mo pag. 100). A ovest, al termine delle costruzioni di servizio, si presenta una scansione del muro con due pilastri che sorreggevano un portone carraio in asse con l'entrata del palazzo.
E - COSTRUZIONI DI SERVIZIO
Lungo la cinta muraria, a ovest, s'innalzano delle costruzioni di servizio databili a metà del '500, prima residenza dei Signori con relativi servizi di scuderia e dimora per la servitù.

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